Con tutta la buona volontà, i sette punti dell’On. Calenda sono ben confezionati e tuttavia campati in aria, con poco studio specifico.
Dietro slogan e formule roboanti si nascondono errori giuridici, procedure inefficaci e organici insufficienti.
Parlare di sicurezza e rimpatri senza conoscere il sistema reale significa non rendere un buon servizio al cittadino, speculando sulla sua inevitabile disinformazione che dubito fortemente provenga da un dirigente di polizia informato, se non travisando i suggerimenti.
Ma proviamo sommessamente a rispondere punto per punto.
Primo: si parte male, perché l’impostazione è fondata su un errore giuridico.
Per gli stranieri irregolari non esistono “fogli di via”, ma decreti di espulsione, che possono essere disposti dal Prefetto e, nei casi espressamente previsti dalla legge, dall’autorità giudiziaria; mentre il Ministro dell’Interno interviene per motivi di ordine pubblico e sicurezza dello Stato.
Secondo: stop ai visti per i Paesi che rifiutano i rimpatri
Sembra una misura “muscolare”, in realtà è diplomazia da bar sport.
Bloccare i visti non è un atto unilaterale indolore: funziona forse con Paesi deboli, non con Stati che hanno rapporti economici, turistici e commerciali reciproci con l’Italia.
Ma soprattutto, la premessa è sbagliata.
Il problema non sono gli accordi bilaterali, che esistono già: l’Italia ne ha circa 28 operativi.
Il nodo vero è tutto interno:
procedure di espulsione lente e farraginose che chiamano in causa più uffici giudiziari.
uffici immigrazione sotto organico e quindi carenza di personale dedicato alle espulsioni.
assenza di CPR in tutte le regioni, che rende ingestibili i tempi previsti dalla legge (questo più che giusto!)
Tradotto:
se noi chiudiamo i visti, gli altri fanno lo stesso.
E così:
niente turisti stranieri in Italia,
problemi per i nostri imprenditori,
difficoltà per studenti, lavoratori, famiglie miste.
Una specie di autosanzione preventiva.
E soprattutto: davvero pensiamo che Stati che già hanno firmato accordi sui rimpatri inizino a collaborare meglio perché neghiamo il visto turistico?
È un’illusione. I rimpatri non falliscono per mancanza di cattiveria, ma per procedure inefficienti e mancanza di uomini!!!!
Misura semplice? Sì.
Efficace? No.
Realistica? Nemmeno.
Terzo: 12.000 carabinieri, formati anche per missioni NATO
Qui il capolavoro.
Secondo questa visione:
i Carabinieri vanno potenziati,
la Polizia di Stato, sotto organico di oltre 11.000 unità, può aspettare,
la Guardia di Finanza, in sofferenza analoga con meno di 5000 operatori, pure.
Perché?
Perché solo i Carabinieri possono essere “spesi” come voce NATO e quindi giustificati nei conti europei.
Risultato:
la sicurezza interna diventa una variabile di bilancio, non una priorità reale.
Si rafforza un corpo non perché serve al territorio, ma perché torna utile nei parametri contabili.
È una soluzione:
parziale,
sbilanciata,
inefficace.
La carenza di organico non è un problema “di uniforme”, ma di sistema.
Se mancano agenti per strada, non li compensi con una missione di pace a 3.000 km.
Quarto: certezza della pena
Qui siamo alla liturgia politica.
“Tutelare la certezza della pena” è come dire “vogliamo il bene dei bambini”:
tutti lo dicono, nessuno spiega come.
Non una parola su:
i tempi infiniti dei processi,
i 4 anni di soglia sotto i quali il carcere non è previsto,
l’uso massiccio di patteggiamenti, riti alternativi, oblazioni,
le pene ridotte “automaticamente”,
le misure sostitutive o alternative spesso inefficaci e poco controllate (problema UEPE).
Non si spiega dove il sistema si inceppa.
Non si propone una sola modifica concreta.
È uno slogan vuoto, buono per un cartellone ma purtroppo inutile per un codice penale.
Quinto: nuove carceri
Giusto il principio, sbagliato (anzi assente) il resto.
Costruire carceri senza:
polizia penitenziaria sufficiente,
educatori,
psicologi,
assistenti sociali,
è come costruire ospedali senza medici.
In più:
nessun accenno alla liberazione anticipata,
nessuna riflessione sul fatto che anche chi ha commesso reati gravissimi può uscire prima per buona condotta,
nessuna analisi sul fallimento del sistema rieducativo così com’è.
Altro che riforma: edilizia come foglia di fico.
Sesto: riconoscimento facciale e database
Qui la tecnologia viene evocata come una formula magica.
Peccato che si ometta il punto decisivo:
in assenza di flagranza di reato, anche se un soggetto viene:
riconosciuto biometricamente,
identificato,
indagato,
noto per criminalità diffusa,
nella maggior parte dei casi resta a piede libero.
Identificato, schedato, segnalato… e libero di andarsene.
Perché il problema non è tecnologico, ma procedurale (potrebbe funzionare per la quasi flsgranza…)
Senza intervenire sulle regole, il riconoscimento biometrico diventa solo un modo molto sofisticato per sapere chi ha appena commesso un reato, senza poter fare nulla subito.
La tecnologia non sostituisce la politica, la giustizia né l’organizzazione.
Ma fa scena. E tanto basta.
Settimo: delinquenza minorile e scuola
Finalmente un tema serio, trattato però con la profondità di un titolo di giornale.
Psicologi, prevenzione, assistenti sociali: giusto.
Ma:
dove sono le risorse?
dove sono gli organici?
chi coordina?
chi decide gli indirizzi etici formativi?
con quali tempi?
E soprattutto si ignora un dato fondamentale:
la totale perdita di autorevolezza degli insegnanti.
Nelle periferie e non solo le più remote di questo Paese, i docenti vengono:
delegittimati,
lasciati soli,
presi a calci,
colpiti con monetine in testa.
E dovrebbero essere loro a insegnare educazione all’affettività, educazione sessuale, prevenzione del disagio.
È una visione irrealistica, che dimostra inconcludenza e profonda disconoscenza dei fenomeni reali.
Dire “partiamo dalla scuola” senza restituire autorevolezza, tutela e strumenti è solo un modo elegante per scaricare tutto sul futuro e intanto…
Quello che viene presentato come un piano è in realtà una raccolta di slogan ben stirati:
un po’ di fermezza,
un po’ di tecnologia,
un po’ di NATO,
molta propaganda.
La sicurezza non si costruisce con le frasi ad effetto,
ma con scelte scomode, investimenti veri e riforme che potrebbero sembrare anche impopolari.
Qui invece siamo davanti all’ennesimo
“facciamo vedere che facciamo qualcosa”.
Che è rassicurante, certo.
Ma risolve poco.
Anzi, quasi nulla.
“Qui habet aures audiendi, audiat”.
